mercoledì 13 marzo 2013

Comunicazione Virtuale ...

Il 2011 anno di grande crisi mondiale vede in campo i governi di tutte

le nazioni che , attraverso misure piu o meno drastiche cercano di limitare e di diminuire i deficit monetari interni , in tutto questo caos mondiale però quella che , nonostante la crisi internazionale in atto ,



non risente di limitazione  alcuna anzi va costantemente aumentando grazie soprattutto alla possibilita di comunicare tra gli utenti con il pc è la comunicazione virtuale .
Persone dalle piu disparate estrazioni sociali hanno avuto in questi



ultimi anni accesso al mondo dell'informatica e attraverso questa alla possibilità di comunicare tra di loro .
La maggior parte degli utenti del web si limita a iscrizioni ai social



network e alle chat con le quali entrano in
contatto e spesso anche in contrasto tra di loro per le loro idee differenti senza essersi mai incontrarsi fisicamente .Tutto questo comportamento condivisibile o discutibile ha comunque
incrementato le pseudo amicizie virtuali .




 Personalmente appartengo ad un altra epoca e tuttavia riconoscendo
al web ed internet un importanza determinante nello scambio di informazione sono molto scettico sul fatto che gran parte delle persone
conosciute sul web si trasformino di fatto in potenziali amicizie reali .
Dedicherò all'amicizia un post a parte ma considero  quest'ultima un
patrimonio dell'umanità e per quanto tale ,  oggetto di grande attenzione. Avere tanti amici sul virtuali sul web , anche se di gran moda attuale spesso significa averne effettivamente pochi
nella vita reale in quanto a mio discutibile parere la vera amicizia va respirata , toccata , vissuta
nei semplici gesti quotidiani di scambi reali e non solo virtuali.

Antonio ...




Pubblico un articolo a cura della Dott.ssa  Enrica Tavella

La  nostra società è basata sulla comunicazione.
Quando pensiamo alla nostra vita, la raccontiamo a noi stessi, agli altri, costruiamo una storia fatta di momenti, fasi, emozioni e vissuti.

La stessa concezione di Sé, ovvero la consapevolezza che ogni soggetto ha di Sé come essere unico e diverso dal mondo, nasce dalla capacità di raccontarsi e ri-raccontarsi la propria storia rileggendola e confrontandola con quella degli altri. Sembra quindi che la soggettività e il testo siano due facce della stessa medaglia. Questo rivela l’importanza vitale che ha la comunicazione come linguaggio scritto e parlato.

L’aumento di velocità di trasmissione di rete sta modificando la nostra idea del tempo e dello spazio. Noi possiamo raggiungere in tempo reale ogni parte del globo, e l’altro, connesso in rete, è potenzialmente il nostro prossimo. C’è quindi una circolarità perenne in cui siamo immersi all’interno dell’ipertesto. Diventa difficile evitare uno scambio continuo. In questo ipertesto c’è una comunicazione verbale e una iconica che in qualche modo dovrebbe sopperire all’analogica. In internet, infatti, si perde gran parte della comunicazione analogica e quindi tutti gli elementi non verbali della comunicazione vengono tradotti in un linguaggio assimilato alle strutture cognitive permesse da internet. Quando parliamo con qualcuno in una chatline, per esempio, possiamo utilizzare webcam o microfoni che aiutano a riprodurre alcuni elementi della comunicazione analogica, ma che risultano essere una frammentazione e una depersonalizzazione causate dalle caratteristiche standardizzate dello strumento tecnologico usato..

Possiamo parlare mesi con qualcuno senza sapere mai come sorride, o come fa l’occhiolino, o come mostra sorpresa, senza aver sentito la sua voce, senza, quindi, avere uno scambio che integri simbolo, emozione, corpo. Secondo la mia esperienza personale, emoticon serve solo a comunicare il senso di una frase che stiamo scrivendo.


Il linguaggio verbale non ci consente di comunicare l’ironia, lo scherzo, il gioco. È quindi utile inserire nella frase una faccina che consenta all’altro di attribuire il giusto significato al testo, altrimenti la comunicazione diventa difficile e fraintendibile.


Cosa ci spinge a giocare e raccontarci a qualcuno che non conosciamo? Cosa ci spinge a creare legami, forti o meno, con persone che stanno dietro un computer?

Credo che le domande che possiamo porci siano moltissime.
Ho pensato molto in questi anni a cos’abbia significato per me entrare in questo mondo virtuale e ho capito che, nel tempo, ha favorito la consapevolezza di me stessa. Mi ha permesso di mettermi in relazione con uno sconosciuto e raccontarmi, mi ha permesso di elaborare la mia storia, di modificarla di confrontarla. Mi ha permesso di leggere quello che ho dentro attraverso le storie che io racconto agli altri e quelle che loro raccontano di me. È come se, nel tempo, uno schizzo in bianco e nero dell’idea che avevo di me, abbia preso forma e colori, ogni volta più definiti, più nitidi. È come se, allargando il contesto ad un mondo così indefinito, abbia trovato pezzi di una storia che avevo perso. Quando entro in chat, ogni volta mi domando: cosa passa tra le parole? Che importanza ha quello che dico rispetto a quello che sento? Sono convinta che tra le parole che mi scrivo con qualcuno passi altro: emozione, sensazione, aspettativa, curiosità.



Probabilmente la capacità dell’altro di usare le parole è quello che mi lascia tenere aperta quella finestra e mi fa pensare ad un comune sentire. È una sorta di "effetto liberatorio" del media telematico che consente di spogliare la propria anima davanti all’altro perché protetta da uno schermo e consente di superare le restrizioni morali e sociali che il rapporto vis a vis procura. Ma quanto basta scrivere bene con qualcuno? Provare sensazioni piacevoli, emozionarsi, incuriosirsi, divertirsi? Credo che ognuno di noi abbia poi bisogno di trasportare sul piano della realtà queste cose.


Il bisogno di incontrarsi, di vedere come una persona si muove, parla, guarda, sorride è un bisogno piuttosto comune in un ambiente virtuale.


Per quanto, come dicevo sopra, si possano utilizzare strumenti tecnologici che aiutano a diminuire l’ignoranza del corpo dell’altro, il desiderio di conoscere qualcuno con cui si ha una relazione virtuale, amichevole o amorosa che sia, diventa imprescindibile per me.


E cosa succede quando incontriamo qualcuno che pensiamo di "conoscere" ma non abbiamo mai visto? Come si riesce a mettere insieme la frammentazione in cui abbiamo navigato?È buffo ma, in un incontro vis a vis, può succedere che, nonostante l’incredibile confidenza creatasi nel virtuale, si debba cominciare tutto da capo, come se le due esperienze fossero divise, come se non si potesse mettere insieme le diverse informazioni, completare il quadro.


Un incontro faccia a faccia comporta la consapevolezza dell’ignoranza di un registro corporeo con l’altro e non è detto che questo sia compatibile con la relazione creatasi. Estraneità e familiarità possono convergere in un senso di angosciante inadeguatezza, come se, usciti da quel contesto, fatto di regole ed emozioni stereotipate, la relazione non potesse essere narrata, perdesse senso. Non è sempre così però. Secondo la mia esperienza dipende molto dalle aspettative riposte in un incontro. Quando non ne hai molte, e quindi non ti sei creata immagini di atteggiamenti e situazioni, è più facile mettere insieme virtuale e reale e impostare un rapporto reale con una persona. Può succedere anche, molto semplicemente, che l’immagine che ti sei fatta della persona che incontri sia compatibile con la persona stessa.

Questo lavoro vuole semplicemente essere una riflessione, nata dalla mia esperienza personale in questo campo, su un nuovo modo di comunicare in un contesto definito e sulla possibilità di comprendere che la nostra realtà è solo una delle tante possibili. È come fare un viaggio attraverso se stessi, dove si incontrano varie definizioni di Sé, dei propri rapporti affettivi, delle proprie premesse.

Il viaggiatore impara che le sue realtà sono diverse e per differenza apprende.



Dott.ssa Enrica Tavella

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